Posted in Stories

Truth & Lies – capitolo VIII

Ehm… Adatto a un pubblico adulto.

 

Capitolo 8

 

Verso metà pomeriggio, Sebastian prese il cellulare e si allontanò per fare una telefonata.

Nel frattempo, Jake andò a prendere un paio di birre. Si sentiva curioso come un macaco ma cercò in tutti i modi di trattenersi dal seguirlo o dall’origliare.

In quelle settimane i due colleghi si erano più o meno avvicinati, nonostante i tentativi da parte di Jake di mandare a rotoli la loro neonata relazione lavorativa, ma Sebastian non aveva ancora condiviso niente che riguardasse la sua vita privata.

Da un lato Jake lo capiva. Visto ciò che facevano e la gente con cui spesso avevano a che fare, salvaguardare la propria privacy era molto più che un diritto: era un dovere. Non per niente, molti del loro distretto, avevano scelto di abitare in zone completamente diverse da quella in cui lavoravano. Facevano anche un’ora di macchina per andare o tornare dal lavoro, ma almeno mettevano mezza città tra la merda che vedevano ogni giorno e le loro rispettive famiglie.

Onestamente, però, Jake cominciava a essere davvero curioso riguardo al suo collega. Era sposato? Fidanzato? Le telefonate che faceva erano sempre molto dolci e il modo in cui salutava chi c’era dall’altro capo della linea era davvero tenero.

Quando Sebastian tornò in casa, Jake lo accolse con un sorrisetto, standosene beatamente seduto sul divano, a gambe accavallate, con una bottiglia in mano. L’altra birra era posata sul tavolino.

Sebastian si fermò sui suoi passi, quasi incespicando per un attimo, e aggrottò lievemente la fronte notando l’espressione di Jake, ma poi riprese a camminare, afferrò la sua birra e si sedette sul bracciolo del divano, dalla parte opposta di dove si trovava il collega.

Questa volta fu Jake ad aggrottare la fronte. Non gli si sedeva nemmeno vicino? Aveva paura di prendere la gayte acuta?

«Non ho la lebbra,» grugnì prendendo un sorso dalla sua bottiglia.

Sebastian si voltò e lo guardò in silenzio, distogliendo poi lo sguardo per bere.

«Lo so,» rispose quietamente.

«Allora perché non ti siedi sul divano?»

Sebastian scrollò le spalle e fece un’espressione casuale, come se non ci fosse niente da dire.

«No, davvero, ora voglio proprio saperlo,» rispose Jake stizzito voltandosi verso il collega. Non era una personcina amabile di suo e se c’era qualcosa che lo infastidiva diventava anche pedante. Un uomo da sposare, insomma.

«Ma niente,» rispose Sebastian, con aria vagamente imbarazzata.

Jake assottigliò lo sguardo e strinse la mascella.

«È perché sono gay, vero? Hai fatto tanto il figo dicendo che la cosa non ti dà fastidio, ma invece non è così. Ti dà fastidio stare vicino a un finocchio. Ecco perché non ti siedi. Guarda che non è una malattia infettiva! E se hai paura che ti salti addosso, anche i gay sono in grado di controllare le loro pulsioni, sai?» Rendendosi rapidamente conto che l’ultima frase stava a significare che c’erano delle pulsioni da controllare, si affrettò ad aggiungere: «E non mi piaci nemmeno, quindi puoi stare tranquillo.»

Sebastian mandò le sopracciglia a far compagnia all’attaccatura dei capelli e guardò il collega come se fosse uno strano cubo di Rubrik.

«Tu con il tuo analista dovresti lavorare di più sul controllo dell’aggressività, non delle pulsioni sessuali, perché davvero, Jake, avanti di questo passo non ci arrivi ai quarant’anni. E comunque non è perché sei gay, ok? Uno non può preferire di mantenere un minimo di distanza da un altro essere umano? Dev’essere per forza una questione legata all’omofobia?»

Jake lo guardava con gli occhi socchiusi e l’aria stizzita. Sebastian non gliela raccontava giusta.

«Non ti credo,» borbottò distogliendo lo sguardo. «Comunque ok, come vuoi.»

«Sono gay anch’io! Contento, ora?» esclamò Sebastian alzando le braccia al cielo.

Jake si voltò con la rapidità di un crotalo e strabuzzò gli occhi, sobbalzando per quella rivelazione tanto da rovesciarsi un po’ di birra addosso.

«Tu… tu sei gay?» balbettò sbattendo le palpebre.

«Sì. Spero che ora sarai soddisfatto e crederai alle mie parole. Se non mi sono seduto non è perché sono omofobo, né perché non accetto ciò che sono. A dire il vero mi sento abbastanza a mio agio con la mia sessualità, anche se non vado in giro a sbandierarla ai quattro venti.»

Jake era ammutolito, non sapeva cosa dire. Sebastian ridacchiò.

«Mh, interessante, però. Forse ho trovato il modo per zittirti.»

Jake si schiarì la voce e cercò di ricomporsi dopo la notizia inaspettata che aveva appena ricevuto. Se Sebastian era gay, allora tutto cambiava. Osservare una fetta di torta deliziosa da dietro un vetro era una cosa, uno poteva anche trattenersi dal rompere il vetro e arraffarla, ma quando non c’era il vetro e magari nessuno guardava… beh, quella era tutto un altro paio di maniche.

Non aveva messo in conto di provare interesse per lui, né di provarlo così presto dopo la morte di Paul, ma era come se il suo corpo vibrasse ogni volta che si trovava vicino a Sebastian, come se stargli accanto gli restituisse un po’ di vita.

«Capisco. Sì. E… ehm… stai con qualcuno? Così, giusto per sapere… ti ho sentito al telefono e mi sembrava… sai… ma non pensavo avessi un compagno. Non ne hai mai parlato…»

Sebastian sorrise e scosse il capo.

«No, sono single. E per quanto riguarda le telefonate, beh… diciamo che c’è una persona molto importante nella mia vita: ha cinque anni e si chiama Lucy. È la mia piccola, mia figlia.»

Jake era quasi certo di essere capitato in un’altra dimensione. Sebastian era gay. Era single. E aveva una figlia. Com’era possibile che non avesse capito proprio niente del suo collega? Dov’erano finite le sue arti investigative?

Con mano tremante appoggiò la bottiglia a terra e ruotò sul divano fino a trovarsi a guardare dritto il suo collega, poi si passò una mano sul viso e prese un profondo respiro.

«Non so che dire… non sono uno che si stupisce facilmente, ma tu sei riuscito a spiazzarmi completamente. Mi sono reso conto di non sapere proprio niente di te, nonostante abbiamo passato insieme le ultime settimane e non so nemmeno se questo sia un buon segno. Insomma, se non mi hai detto niente è perché forse non ti piace l’idea di condividere le tue cose con me. Ok, forse non mi sono comportato molto bene nei tuoi confronti, quindi non ti biasimo, però… wow. È davvero tanto da razionalizzare. Una figlia? Wow.»

Sebastian chinò la testa di lato e guardò il collega, incuriosito.

«Sì, è una storia lunga. Non pensavo fossi interessato a sapere cose sul mio conto, comunque. Non hai mai chiesto e… non è che tu sia l’uomo più amichevole di questo mondo. Non mi hai mai nemmeno invogliato a parlare, a essere onesti.»

Il silenzio calò fra loro e i due uomini si guardarono.

Jake osservò con stupore il viso di Sebastian arrossarsi leggermente sotto il suo sguardo. Si ricordò della sera in cui l’aveva visto arrossire dopo il suo coming out così esplicito e, improvvisamente, pensò di non aver proprio capito assolutamente niente del suo collega.

«Perché arrossisci?»

Jake era bastardo dentro, nel profondo, perché ora sapeva perfettamente la risposta a quella domanda e sapeva anche che così facendo avrebbe messo ancora più a disagio Sebastian. Inoltre, ora capiva anche il motivo per cui Sebastian si era seduto lontano da lui. Come previsto, il colorito sul viso del giovane virò verso il violaceo. Jake arricciò un lato della bocca in un mezzo sogghigno e continuò a fissarlo intensamente.

«Non me lo dici?» lo incalzò.

«N-niente,» rispose Sebastian schiarendosi la voce e cercando di guardare ovunque tranne Jake. Appoggiò a terra la birra e si passò le mani sulle cosce, strofinandole contro il denim, i palmi improvvisamente sudati.

«Quello che ho detto prima… non è vero. Non è vero che non mi piaci,» sussurrò Jake, sapendo che era il momento giusto per dare una spintarella alle cose, giusto o sbagliato che fosse.

Si alzò dal divano per andare a mettersi di fronte a Sebastian che stava ancora abbarbicato sul suo bracciolo. Lo guardò dall’alto e allungò una mano per scostargli una ciocca di capelli biondi.

«Ho un carattere del cazzo, ma mi piaci. Forse all’inizio non era proprio così, ma le cose sono cambiate. E ho una voglia pazzesca di baciarti, quindi se non vuoi che lo faccia, farai meglio a rendermi il cazzotto che ti ho dato prima, perché sto per farlo…»

Il mormorio di quelle parole si spense sulle labbra di Sebastian che, come rispondendo a un richiamo irresistibile, reclinò la testa all’indietro e chiuse gli occhi, schiudendo lentamente le labbra, arrendendosi completamente.

Jake non era certo di aver mai visto niente di così bello. Gli mise le mani ai lati del collo, sostenendogli il capo come se fosse una sorta di calice delicato e si chinò su di lui, scivolando nel calore liquido della sua bocca.

Per un attimo pensò che il cuore gli schizzasse fuori dal petto. Non ci era proprio abituato. Cosa stava facendo? Perché stava baciando così Sebastian? Perché sentiva qualcosa nel petto che spingeva e spingeva e spingeva?

Un suono tenue risalì dalla gola di Sebastian, un gemito lieve che a Jake sembrò la fanfara più squillante della storia. Una fanfara che gli accese i sensi e gli fece formicolare la pelle. Infilò le dita tra i capelli sulla nuca di Sebastian e la sua bocca divenne più pretenziosa, la lingua più audace, il corpo sempre più a contatto con quello del suo partner. Non si era reso conto di essersi posizionato tra le sue gambe aperte, ma ne fu pienamente consapevole quando le mani di Sebastian gli afferrarono le natiche, stringendole piano, prima di abbandonarle e risalire sulla sua schiena.

Jake si staccò dalla bocca del giovane, a corto di fiato come se avesse fatto cinque piani di scale a piedi e di corsa, e si leccò le labbra, deglutendo. Era improvvisamente insicuro di ciò che stava succedendo, e anche un po’ confuso dalle emozioni strane che l’avevano assalito.

«Hai ragione. Hai un culo perfetto,» mormorò Sebastian con gli occhi offuscati di desiderio, iniziando a baciargli il collo, bloccandogli ogni pensiero.

«Cazzo,» grugnì Jake sentendo gli occhi rivoltarsi all’indietro. Non era il momento di pensare. Era il momento di agire. Continuò a passare le dita fra i capelli di Sebastian e poi fece scivolare le mani sul suo collo, sulle sue spalle, cercando di toccare contemporaneamente e quasi freneticamente più parti di quel corpo sodo.

«Toglila,» mormorò tirando piano la stoffa della maglia di Sebastian per dare un chiaro segnale all’uomo sotto di sé prima di levarsi la propria.

Sebastian obbedì, mostrando di nuovo allo sguardo avido di Jake quella pelle dorata e liscia. Il tatuaggio che l’agente più anziano aveva cercato di decifrare era semplicemente la parola Lucy scritta con caratteri gotici e Jake fece un piccolo sorriso, che si trasformò in ansito quando la bocca di Sebastian gli si attaccò alla pelle un secondo dopo, invadendola di scie umide che arrivarono ai suoi capezzoli, inturgidendoli in un secondo netto.

Non solo Jake non aveva messo in conto di sentire così tante emozioni solo baciando o lasciandosi baciare da Sebastian, ma non aveva nemmeno messo in conto di trovarsi a tremare sotto il suo tocco, confuso ed eccitato, con il calore che gli saliva a ondate al viso e dietro gli occhi.

Era così intontito dalla voglia da riuscire solo a gemere e oscillare contro il viso di Sebastian, che nel frattempo aveva continuato il suo percorso sul suo corpo, sempre più giù, sempre con maggior passione, mordendogli e baciandogli l’addome piatto, con le dita strette alla sua vita.

Jake abbassò lo sguardo e trattenne il respiro quando Sebastian gli aprì i pantaloni con un gesto secco e, con la stesse decisione, lo liberò dalla biancheria e gli prese il sesso tra le labbra, succhiandolo avidamente.

«Oh, cazzocazzocazzo!» esclamò afferrandogli la testa, godendo della sensazione delle sue ciocche soffici fra le dita.

Quando aveva baciato il suo collega, era certo che sarebbe stato lui la parte attiva dell’incontro – altra cosa che non era andata secondo le sue previsioni – ma era più che lieto che Sebastian avesse preso l’iniziativa in quel modo e gli stesse confermando di non essere l’unico a un passo dalla follia per il desiderio.

La bocca di Sebastian scivolava avanti e indietro sull’asta di Jake, il giovane teneva gli occhi bassi e Jake era affascinato dalle sue ciglia lunghe, dal modo in cui le sue guance si incavavano per la suzione, dai mugolii che faceva.

Che fosse bello, Jake l’aveva notato subito, che gli piacesse così tanto, quello no, quello era una sorpresa.

«Guardami,» ansimò Jake tirando piano i capelli di Sebastian, che obbedì e sollevò lo sguardo. Uno sguardo diventato scuro e magnetico come un enorme buco nero.

Jake stava per dirgli di fermarsi, perché l’eccitazione era troppa e aveva in mente molte altre cose da fare e da fargli, ma in quel momento notò che Sebastian si era aperto i pantaloni e si stava toccando, sempre più rapidamente, sempre più scompostamente.

«Cristo,» sibilò Jake scendendo con le mani, che fino a quel momento erano rimaste strette ai capelli di Sebastian, fin sulle spalle del giovane, dove sprofondarono nella sua carne. «Fermati… vengo…» lo avvisò senza fiato, scioccato nel vedere che Sebastian, invece di ritrarsi, prese a succhiare talmente forte da fargli vedere le stelle.

L’orgasmo colpì Jake con una forza tale da fargli perdere per un attimo la vista e, se Sebastian non l’avesse sorretto con una mano, probabilmente gli sarebbe rovinato addosso.

Dopo essersi assicurato di non essere sul punto di perdere i sensi, Jake piegò le gambe fino a ritrovarsi in ginocchio davanti a Sebastian, che si stava ripulendo l’addome con la maglietta: era venuto anche lui e il suo viso arrossato era la cosa più deliziosa che Jake avesse mai visto.

«Wow,» riuscì solo a dire sbattendo un paio di volte le palpebre con la voce arrochita e soddisfatta. «Posso sapere cosa ti è saltato in mente?» chiese con un mezzo sorriso.

Sebastian lo guardò di sottecchi.

«Non lo so, ma sono settimane che cerco di ignorare l’attrazione che provo per te. Non ce l’ho più fatta. Spero non sia un problema,» mormorò Sebastian con l’ombra di un sorriso sulle labbra.

«No, che non lo è. Certo che no! Che sono un coglione non è una novità, ma non fino a questo punto. Io però mi riferivo al fatto di… insomma… ti sono venuto in bocca…»

Sebastian lo guardò come sono capisse.

«Non dirmi che non sai niente delle malattie veneree, novellino,» ridacchiò Jake.

«Chiamami ancora una volta novellino e ti mando le palle a far compagnia alle tonsille. Certo che lo so! Ma visto che in ospedale ci mancava solo che ti facessero la colonscopia per completare l’opera… e dato non hai avuto rapporti in queste settimane…»

La bocca di Jake fu di nuovo su quella di Sebastian in un attimo, non solo perché il detective voleva zittirlo, ma perché una bocca così se l’era sognata da sempre e perché era una bocca che poteva baciare, quando voleva, senza chiedere il permesso, senza che un bacio fosse uno sporco piccolo segreto da nascondere al mondo come con Paul.

Sebastian alzò le mani e circondò il viso di Jake con un sospiro soddisfatto. Era consapevole di non volere relazioni con i colleghi di lavoro, ma Jake era impossibile da ignorare, in ogni senso. Tanto valeva smettere di lottare contro la corrente e lasciarsi invece trasportare da essa.

Advertisements

One thought on “Truth & Lies – capitolo VIII

  1. Era ora che ci fosse un po’ di azione tra i due ragazzi!
    Erin, ti prego, scrivi giorno e notte perchè non sto più nella pelle, voglio sapere come andrà a finire quindi, coraggio, corri a preparare altri capitoli!!!
    Ciao e buon lavoro.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s