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Truth & Lies – capitolo VII

Forse Jake comincia ad ammorbidirsi… forse.

Capitolo 7

Quando Jake arrivò alla centrale la mattina seguente, Sebastian era già là. Jake lanciò un’occhiata al cellulare e vi trovò una chiamata persa, proprio del suo collega. Lo guardò con aria interrogativa ma non riuscirono a dirsi nulla perché Fisher troneggiò nel vano della porta del suo ufficio e fece cenno a Jake di entrare.

L’agente ne uscì dieci minuti dopo, furioso, amareggiato, frustrato e avvilito. Si scaraventò fuori dalla porta senza fermarsi al richiamo del suo collega e uscì dal palazzo, diretto dove, non lo sapeva, ma di certo il più lontano possibile da quegli stronzi.

«Jake!»

La voce di Sebastian gli arrivò alle spalle e, stavolta, l’agente di fermò e si voltò, caricando tutta la frustrazione nel braccio destro prima di sferrare un pugno potente alla bella faccia di Sebastian. Il ragazzo rinculò e si portò una mano al naso che iniziò subito a sanguinare.

«Ma che cazzo?!» esclamò barcollando.

Jake aprì la diga e cominciò a sbraitare in mezzo al marciapiede, gesticolando e minacciando Sebastian di dargliene ancora se non fosse sparito dalla sua vista, lui e tutti quelli che volevano mettergli i bastoni tra le ruote. Il capitano Fisher l’aveva messo a riposo per un’altra settimana – o due – perché aveva saputo che stava facendo domande in giro su ciò che era accaduto e, dopo aver chiesto a Sebastian, aveva anche saputo di come si era ridotto due notti prima. Evidentemente non era ancora pronto per tornare in servizio.

«Sei un figlio di puttana, ecco cosa sei!» sibilò Jake prendendo Sebastian per il colletto per poi spingerlo contro il muro del palazzo vicino. «Per un attimo ho pensato che potessi anche piacermi, ma sei proprio un pezzo di merda!»

«L’ho fatto per te, coglione!» sputacchiò Sebastian, arrendendosi agli scossoni che gli stava dando il collega, alcuni dei quali gli fecero battere la testa conto il muro.

Jake si immobilizzò e lo fissò negli occhi, improvvisamente insicuro e confuso. «Cosa?» gracchiò, invece di abbaiare come avrebbe voluto.

Sebastian afferrò le mani di Jake ai polsi e se le staccò di dosso, scostandosi poi di lato per ripulirsi la bocca dal sangue che gli colava dal naso.

«Quando Fisher ha cominciato ad agitarsi e parlare di sospensione perché ha saputo da qualcuno che stavi facendo domande in giro, ho pensato che fosse il caso di fare qualcosa. E una sospensione pesa molto di più di una messa a risposo forzato! Ho pensato che se gli avessi fatto capire che non eri ancora pronto a tornare al lavoro, avrebbe lasciato perdere la sospensione e ti avrebbe semplicemente dato qualche giorno di ferie. Gli ho promesso che ti avrei parlato e ti avrei fatto ragionare. Se tu avessi risposto al cellulare l’avresti saputo! Voleva affiancarmi un altro agente per il tuo periodo di assenza, ma gli ho detto che preferivo starti vicino per aiutarti. Così ha messo in licenza anche me e ti stavo aspettando. Coglione che sono!»

Jake era interdetto e pietrificato dalle parole di Sebastian e dal loro significato. Arretrò di un passo e lo guardò, non sapendo bene cosa dire senza passare da coglione qual era davvero.

«Mi dispiace,» disse schiarendosi la voce e infilandosi le mani in tasca. Da quando conosceva Sebastian quella parola era diventata una costante nel suo vocabolario. Possibile che fosse davvero così stronzo?

«Vaffanculo, ok?» ribatté il suo collega, tamponandosi il naso con un fazzoletto. «Ne ho piene le palle del tuo modo di fare. Tu sei il classico tipo che prima ti ammazza e poi ti chiede scusa. Beh, inizia a far funzionare il cervello e a comportarti come una persona civile, che i Neanderthal sono fuori moda!»

Jake si morse il labbro e si guardò attorno, notando che i passanti li guardavano incuriositi.

«Hai… hai sentito il mio mi dispiace di prima o lo stai volutamente ignorando?» chiese titubante.

«L’ho sentito forte e chiaro! Ma ciò non significa che debba far finta che tu non mi abbia colpito di nuovo e quasi rotto il naso, né che di nuovo tu mi abbia insultato. Non è che un mi dispiace sana ogni cosa, sai? A volte serve qualcosa di più!»

Jake si sentì pervaso da un istinto irrefrenabile di dare davvero a Sebastian quel qualcosa in più, un qualcosa che aveva a che fare con le sue labbra sopra quelle del collega. Forse lo shock che ne sarebbe conseguito gli avrebbe permesso di perdonarlo. Fece un passo avanti ed entrò nello spazio vitale dell’altro, che si bloccò con il fazzoletto sotto il naso e lo guardò fisso negli occhi. Restarono in silenzio entrambi per qualche secondo e poi finalmente Sebastian parlò.

«Cosa stai facendo?» chiese con lieve tremore nella voce. Tremore che comunque Jake avrebbe potuto addurre alla rabbia. Non era detto che avrebbe invece intuito che fosse dovuto al desiderio.

Jake restò in silenzio per un istante e poi si decise a fare un passo indietro, appoggiando una mano sulla spalla di Sebastian.

«Niente, volevo solo… niente. Faccio schifo a chieder scusa, ok? Non so mai cosa fare più che dire mi dispiace. E non ci sono abituato. Tu sei l’unico che a quanto pare riesce a farmelo dire. Spero che conti qualcosa per te… e spero che possa bastarti.»

Sebastian corrugò la fronte e rifletté per qualche istante prima di annuire. Era ancora molto arrabbiato con Jake, ma la sua vicinanza l’aveva fatto vacillare un po’.

«Ok, bene. Quindi ora che si fa?» chiese Jake passandosi una mano sul viso.

«Non volevi indagare?» ribatté Sebastian staccandosi dal muro dell’edificio. «Indaghiamo.»

Jake annuì e prese le chiavi della macchina dalla tasca.

«Andiamo da me? Potremmo lavorare lì. Che ne dici? E vorrei capire chi cazzo ha fatto la spia con Fisher. Magari potresti aiutarmi…»

Tutto a un tratto Jake si sentiva insicuro. Era una sensazione strana e nuova e non era certo che gli piacesse. Però le parole di Sebastian erano andate a segno. Troppe volte aveva oltrepassato il limite con lui, doveva cercare di comportarsi meglio.

Sebastian annuì senza parlare e gli fece cenno di avviarsi verso i parcheggi dove entrambi si diressero alle loro auto.

Jake lanciò un’ultima occhiata al collega e fece una smorfia mentre avviava il motore. Certo, doveva cercare di comportarsi meglio, ma doveva anche cercare di non fare passi falsi, come lasciarsi trasportare dalle ondate di desiderio che provava quando era a un passo dal quell’uomo.

 

***

Il salotto di Jake si trasformò ben presto in una vera e propria centrale operativa. Alla parete avevano attaccato fotografie del vicolo, dei resti dopo l’esplosione, dei morti – Paul compreso – e alcune dei pregiudicati che potevano essere collegati al caso. Il tavolo era pieno di dossier, scartoffie e post-it.

Lo sguardo di Jake sfrecciava ovunque, ma non si fermava sul viso sorridente di Paul che lo guardava dalla fotografia appesa in mezzo alle altre. Gli faceva troppo male. C’era ancora una parte di lui che stentava a credere a ciò che era successo e un’altra che voleva invece lasciarsi alle spalle il dolore per la perdita di una persona che, in qualche modo, era stata davvero importante per lui. Aveva bisogno di andare avanti, di levarsi di dosso la rabbia e la sofferenza.

Non aveva ancora visto Sabine, né l’aveva chiamata, e sapeva che prima o poi avrebbe dovuto farlo. Avrebbe dovuto affrontarla e accogliere il suo lutto, magari cercare di confortarla. Lei gli aveva lasciato dei messaggi sul cellulare, in segreteria, ma ancora non si erano parlati direttamente. Non si sentiva ancora pronto.

«L’ideale sarebbe riuscire a farmi dare i video delle telecamere poste all’entrata del vicolo,» disse Jake, pensando a come riuscire a convincere il suo collega dell’Ufficio Tecnico a fargli vedere la registrazione. L’FBI e gli Affari Interni avevano requisito ogni cosa, ma Jake sapeva che una copia di sicurezza restava sempre nel sistema e sperava di riuscire a convincere il tecnico a passargliela sottobanco.

Sebastian si grattò la testa e continuò a leggere quello che aveva sotto il naso e il suo stomaco gorgogliò.

«Hai fame?» chiese Jake guardando l’orologio.

Sebastian fece altrettanto e poi annuì.

«Devo leggerti nel pensiero o prima o poi hai intenzione di tornare a rivolgermi la parola?»

Forse non era l’approccio più cordiale che potesse usare, non se voleva invogliare il collega a parlargli, ma gli aveva già chiesto scusa, no? Gli aveva già spiegato che lui faceva fatica a essere cortese. Non capiva perché a Sebastian non potessero bastare le sue scuse.

Il giovane lo guardò e fece guizzare il muscolo della mascella. «Ho fame, sì. Ordiniamo qualcosa o preferisci uscire?» si costrinse a rispondere.

«Meglio se ordiniamo qualcosa e ce lo facciamo portare. Non ho molta voglia di uscire. Cinese va bene?»

Di nuovo Sebastian annuì.

Jake fece l’ordinazione e i due non parlarono molto mentre attendevano che il ristorante facesse la consegna. Quando l’ordinazione arrivò, si sedettero in terra attorno al piccolo tavolino situato al centro del salotto.

Si divisero il cibo e iniziarono a mangiare in silenzio. Jake si rese conto che era davvero da tanto tempo che non aveva compagnia in casa. Non essendo l’individuo più estroverso del pianeta, tendeva a passare i suoi momenti liberi in solitudine e Paul non trascorreva mai molto tempo lì. Si ritrovò a fissare Sebastian, perso nei suoi pensieri.

«Tutto bene?» gli chiese questi, notando il suo sguardo fisso, poi deglutì il boccone e si ripulì la bocca con un tovagliolo, dando l’idea di trovarsi un po’ a disagio.

Jake non rispose subito. Ci mise un po’ a mettere in ordine i pensieri e decidere di condividerli con Sebastian. Il perché non lo sapeva nemmeno lui, ma c’era qualcosa che spingeva nel suo petto per essere sputato fuori.

«Non molto, a dire il vero. Mi sono appena reso conto che sei la prima persona che condivide un pasto con me a casa mia da non so quanto, se escludiamo i miei genitori. E credo che questo la dica lunga…»

Jake si aspettava una risposta sarcastica da Sebastian. Se la sarebbe meritata, probabilmente, ma non era dell’umore di sentirla quindi sperò nella clemenza del collega.

Sebastian non fece osservazioni sgradevoli, ma restò a guardare Jake per qualche istante prima di spostare lo sguardo sui propri spaghetti di riso.

«Quindi, oltre a Paul, non avevi un compagno?» chiese dopo qualche minuto, schiarendosi la voce.

«No. In effetti non l’ho mai avuto,» rispose Jake scuotendo il capo. «Come avrai capito non sono la persona più gradevole del mondo e non ho mai trovato nessuno che reggesse sulla lunga distanza. Sesso sì, quello non mi è mai mancato. Prima di Paul andavo nei bar e mi trovavo qualcuno, mi hai già visto in azione mi pare, ma poi quando è iniziata con Paul non sono più andato a cercare niente altrove. Patetico, in effetti, visto che era felicemente sposato.»

«Lo amavi, allora.»

La constatazione di Sebastian fece quasi strozzare Jake con un gamberetto e l’agente si affrettò a prendere un lungo sorso di birra cercando di recuperare la voce.

«Ma che cazzo dici?» gracchiò picchiandosi un pugno sul petto.

Gli occhi di Sebastian erano calmi e limpidi come il mare tranquillo e lo fissavano apertamente, senza giudizi nascosti, senza luccichii strani che indicassero derisione o sarcasmo. C’era più una sorta di compassione in essi. Non pena, ma compassione. Quella buona, quella che sta a indicare che una persona ci tiene a un’altra. Un’utopia nel mondo di Jake, praticamente. E fu quell’utopia quasi divenuta realtà che lo fece rispondere onestamente.

«Non lo so. Forse. Non so,» mormorò abbassando lo sguardo. «Non credo di aver mai amato davvero. Forse con Paul non era solo attrazione fisica, lo ammetto. Provavo per lui qualcosa di diverso, sì, me ne sono reso conto negli ultimi tempi, ma non penso fosse amore. Non mi sono mai permesso di lasciarmi andare troppo. Sarebbe stato stupido, no? Era sposato e non avrebbe mai e poi mai lasciato Sabine. E poi era il mio collega. Non potevo rischiare di rovinare il nostro rapporto.»

Sebastian annuì e restò in silenzio. Jake avrebbe voluto urlargli contro e dirgli di reagire, di dargli una risposta. Non c’erano state domande nel suo discorso, ma ce n’erano dentro di lui. Avrebbe voluto che Sebastian gli dicesse che invece aveva amato, che quello che sentiva per Paul era davvero amore e che non era così arido dentro come pensava di essere. Che probabilmente anche Paul aveva provato qualcosa per lui, che non era stato solo sesso da parte sua. Una bugia, insomma. Una bugia qualsiasi sarebbe stata meglio del silenzio in quel momento.

«Nei hai parlato con il tuo analista?» chiese invece Sebastian dopo un tempo imprecisato.

Jake scosse il capo, nervoso, improvvisamente stizzito e deluso.

«Forse ti aiuterebbe,» annuì l’altro, tornando a guardarlo negli occhi.

«O forse no,» ribatté Jake alzandosi da terra per andare a prendere un’altra birra.

«Perdere una persona cara è difficile, Jake. Se questa persona la perdi improvvisamente, poi, è uno shock. Tu hai addirittura assistito al fatto. Parlane. Parlane finché non ti senti meglio. Non puoi andare dall’analista e parlare di Paul come se fosse stato solo il tuo collega. Devi dirgli la verità o le sedute non serviranno a niente.»

«Non serviranno comunque a niente,» replicò Jake tornando a sedersi. «Nessuno riporterà indietro il tempo, né cancellerà ciò che è successo, no?»

Sebastian allungò una mano e la mise sulla spalla di Jake, stringendo piano.

«No. Ma tu non fermare il tempo a quel giorno. Devi andare avanti, devi superarlo. Ed è possibile che tu non ce la faccia da solo. A volte si ha bisogno di aiuto…»

Jake sentì un nodo formarsi in gola e il calore che la mano di Sebastian gli stava dando, non solo fuori ma anche dentro, lo fece quasi cedere.

«Io mi sono sempre arrangiato da solo,» protestò flebilmente, chiudendo per un istante gli occhi.

Non sapeva cosa gli stava succedendo, ma si stava inaspettatamente aprendo a Sebastian e, per un istante, sperò che il suo collega, prima o poi, facesse lo stesso con lui.

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6 thoughts on “Truth & Lies – capitolo VII

  1. Questa storia mi sta appassionando sempre di più ad ogni capitolo.
    Grazie per regalarci questo racconto di cui vorrei leggere ogni giorno un po’.
    Mi è tanto piaciuto “Jerry è meglio” per il tono frizzante con cui l’hai scritto; leggeremo presto altri tuoi lavori?
    Ciao Erin e buon lavoro!

    1. Ciao Dany,
      grazie per avermi lasciato un messaggio! Sono felice che ti piaccia quello che scrivo ❤ Davvero tanto!
      Presto posterò una storia breve – gratuita – qui sul blog e su AO3 🙂
      Ancora grazie per essere passata di qui!

  2. Grazie a te per scrivere delle belle storie! Ogni giorno passo sul tuo blog per vedere se c’è un nuovo capitolo quindi, per favore, non farmi aspettare tanto per il capitolo successivo!
    Non vedo l’ora di leggere la nuova storia che pubblicherai.
    Ciao e buon lavoro!!

    1. Purtroppo essendo una storia che sto scrivendo proprio ora, non riesco a essere più rapida…
      Se fosse già scritta posterei molto più rapidamente. Spero che riuscirai a portare pazienza 😉

  3. Porterò pazienza perchè mi piace tanto come scrivi e adoro le storie m/m che ho scoperto solo recentemente.
    Buon lavoro!

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