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Truth & Lies – capitolo II

Riprendersi dalle gravi ferite che aveva riportato fu più lungo e difficile di quanto Jake non avesse messo in conto. Il suo carattere, già abbastanza difficile, fu messo a dura prova e il fatto di aver perso il suo collega e amante e non aver nemmeno potuto presenziare al funerale non migliorò le cose.

Sua madre e suo padre si alternavano in ospedale, nonostante lui insistesse di non aver bisogno di loro. Da un lato era vero, ormai era fuori pericolo e poteva benissimo pensare a se stesso, dall’altro lato, però, era psicologicamente fragile, e avere qualcuno che lo distraesse e sviasse i suoi pensieri da ciò che era successo era una buona cosa.

Il capitano Fisher era passato un paio di volte, così come avevano fatto anche gli altri colleghi del distretto. C’era stato cameratismo sì, ma davanti a Jake sembrava che camminassero tutti in punta di piedi, come se fosse un cazzo di fragile vaso in procinto di frantumarsi in mille pezzi. Soffriva, certo. La perdita di Paul non era facile da accettare – e non era ancora detto che l’avrebbe fatto – ma odiava vedere gli sguardi sfuggenti che i suoi colleghi si scambiavano quando erano ai piedi del suo letto.

«Voglio sapere quando mi fate uscire di qui,» ringhiò al dottore che lo stava visitando. Lo stesso dottore che aveva visto quando aveva aperto gli occhi la prima volta. «È già passata una settimana e ho bisogno di andarmene di qui,» rincarò quando notò l’occhiata placida del medico.

«Jake, io capisco che voglia uscire, ma è saltato letteralmente in aria con l’esplosione. Le abbiamo asportato la milza e ha due costole rotte. Per non parlare del trauma cranico e della frattura del radio.»

«Niente che non possa gestire fuori da qui,» ribatté Jake facendo spallucce. «Vi conviene lasciarmi andare prima che cominci a spaventare le infermiere mostrandogli i gioielli di famiglia o a sbraitare loro contro.»

«In tal caso la trasferiremmo in psichiatria,» rispose calmo il dottore segnando qualcosa sulla cartelletta.

Jake sbuffò e si lasciò andare contro i cuscini, alzando gli occhi al cielo. Non ce la faceva davvero più a stare lì. Voleva tornare sulla strada, voleva indagare su quello che era successo e capire chi avesse compiuto la strage che gli aveva strappato il suo collega. E il suo amante.

Sentì un’improvvisa voglia di piangere ma chiuse gli occhi e serrò la mascella, dicendosi che non sarebbe servito a niente e che avrebbe avuto modo e tempo di farlo quando avrebbe risolto il caso. Caso che, ovviamente, sapeva di non poter seguire. Il capitano gliel’aveva già fatto capire in molti modi. Era un caso federale e loro non solo non erano dell’FBI, ma non erano nemmeno della Omicidi. Il fatto che fosse coinvolto un agente poi, rendeva il tutto più complicato, e Jake non poteva permettersi di incasinare le cose. Lo sapeva e non voleva che accadesse niente del genere, ma da lì a essere convinto di starsene buono in un angolo ce ne passava.

«Scherzi a parte, dottore. Quando potrò uscire da qui? Mi sta venendo la bava alla bocca.»

Il medico ridacchiò mentre eseguiva la routine controllandogli i parametri vitali e tutto ciò che era connesso alle sue ferite.

«Penso ci vorrà ancora qualche giorno. Dev’essere paziente.»

«Non sono mai stato paziente in vita mia,» ringhiò Jake sbuffando infastidito.

«Chissà perché, le credo sulla parola,» ridacchiò il medico.

Jake gli scoccò un’occhiataccia. Un simpaticone, proprio.

«Malloy, non hai ancora finito di appestare questo povero dottore?»

La voce del capitano attirò l’attenzione di Jake, che si voltò verso la porta, dove la mole imponente di Fisher riempiva buona parte della soglia.

Quando il capitano si fece avanti, alle sue spalle spuntò una testa bionda e il cuore di Jake smise di battere per un istante. I capelli di Paul…

E quando la testa si scostò, il respiro di Jake si fece accelerato. Dio, come assomiglia a Paul…

Il medico si voltò e corrugò la fronte, guardando preoccupato il suo paziente. «Va tutto bene?» chiese auscultando il petto di Jake.

Lui annuì in risposta e si leccò le labbra aride, cercando di sorridere al suo capo, lanciando occhiate furtive allo spilungone accanto a lui, che non conosceva ma che  già gli creava problemi. Chi cazzo era?

«Malloy, volevo aspettare che rientrassi alla centrale per parlartene, ma anch’io ho dei superiori, che a quanto pare hanno il pepe al culo. Vogliono che riporti le mie squadre in azione il prima possibile – lo so, sono dei bastardi senza cuore, ma Rivera ha fatto girare i coglioni a molte persone – e così sono qui per presentarti il tuo nuovo collega. Sebastian Craig.»

Jake sbatté le palpebre e fissò per un po’ il capitano prima di lanciare un’occhiata a Sebastian che alzò la mano e mosse le dita in segno di saluto. La somiglianza con Paul gli faceva male al cuore e gli faceva venire la nausea. Che scherzo di merda era?

«È una battuta, vero?» gracchiò Jake stringendo le lenzuola nei pugni. «Non ho bisogno di un nuovo collega, capo. Ho solo bisogno di uscire di qui!»

Sebastian abbassò lo sguardo e non disse nulla. Mossa intelligente. Jake non era del tutto certo che avrebbe potuto sopportare un’altra somiglianza con Paul, se anche la sua voce fosse stata simile.

«Lo decido io di cosa hai bisogno, Malloy. Per ora, hai bisogno di rimetterti in sesto, poi avrai bisogno di un periodo di riposo e una bella serie di sedute dallo psicologo. Poi, quando deciderò che sei sceso a un livello accettabile di autolesionismo, ti riprenderò alla centrale. E farai coppia con Craig. È un novellino, ma per quanto breve, ha un curriculum impressionante. Lavorava nel Bronx. Penso che pochi mesi lì siano come alcuni anni in un bel quartiere calmo e lussuoso. Che dici?»

«Come se gliene fregasse un cazzo di quello che penso,» bofonchiò Jake.

«Prego?» chiese Fisher aggrottando la fronte.

Jake sospirò e scosse la testa. «Niente, niente. Ok. Vedremo.»

«No, Malloy. La democrazia esiste, ma non all’interno delle forze dell’ordine. Quindi non c’è un vedremo, ma c’è un ‘sì, signore’.»

Fisher non era male come capo, peccato che quando Dio aveva distribuito la sensibilità, lui doveva essere al cesso.

~~~°°°~~~

«Sembra che oggi ti dimetteranno,» esordì Sebastian entrando nella stanza di Jake con un bicchiere di Starbucks in mano, i soliti capelli arruffati, i jeans larghi e la maglietta dall’ampio scollo che gli stava come sempre un po’ di traverso e mostrava una parte di pettorale e la catenina lunga che scendeva a nascondersi sotto la stoffa. Non aveva proprio niente del poliziotto.

Jake gli scoccò un’occhiataccia, lasciando scivolare le gambe dal letto per mettersi seduto. Erano passati cinque giorni dal momento in cui Fisher gli aveva presentato il suo nuovo collega, ma l’accettazione della cosa, da parte di Jake, era ancora ferma a livello zero. C’era da ammettere che il ragazzo era tosto e non si perdeva d’animo. Sembrava non notare neppure l’impegno che il suo nuovo collega ci metteva per ignorarlo.

Dal primo giorno, Sebastian era passato a trovare Jake tutti i giorni, a volte la mattina a volte a fine turno, per raccontargli un po’ come stavano andando le cose senza di lui e anche per cercare di conoscerlo meglio. Non che avesse avuto molto successo visto che Jake Muro di Gomma Malloy continuava a esprimersi a monosillabi e non faceva altro che ringhiare qualche parola qua e là. E per fortuna che la voce di Sebastian non aveva niente a che fare con quella di Paul, altrimenti era improbabile che non ne avrebbe tollerato la presenza.

A volte Sebastian si lasciava sfuggire qualcosa riguardo alle indagini in corso, ma Fisher era stato molto chiaro sul ‘non coinvolgere Malloy’, quindi limitava le informazioni al minimo, cosa che irritava ancora di più il suo nuovo collega.

«Era ora, cazzo,» ribatté Jake alzandosi da letto e rimettendosi subito seduto quando si ricordò di essere quasi chiappe al vento. Il camice era aperto sul retro e quelli che indossava quella mattina non erano di certo gli slip più coprenti del pianeta.

La risatina di Sebastian lo fece girare con la velocità di un crotalo. «Che c’è da ridere?» sibilò.

Sebastian alzò le mani in segno di resa e scosse il capo. «Niente, non pensavo che fossi così pudico. Di certo a parole non lo sei. Non credevo che mostrare il sedere – oltretutto debitamente coperto – ti potesse creare dei problemi. O c’è qualcuno qui che ha attentato alla tua virtù?» ridacchiò Sebastian lasciandosi cadere pesantemente sulla sedia accanto al letto.

Jake stava per rispondergli per le rime quando gli venne in mente Paul, visto che ultimamente la virtù di Jake era in mano sua. Aggrottò la fronte e chiuse la bocca, voltando il viso in modo da nasconderlo al nuovo collega. Gli faceva male pensare a Paul, nonostante cercasse di fare del suo meglio per superare la perdita.

A Sebastian non sfuggì quella reazione e chinò il capo di lato. «Ehi, ho detto qualcosa che non va?» chiese con delicatezza, muovendosi come se fosse in procinto di alzarsi.

«No e resta lì,» mormorò Jake chiudendo per un attimo gli occhi. «Va tutto bene, mi faceva male un po’ il braccio.»

Non era certo che Sebastian se la fosse bevuta, ovviamente, ma almeno il suo nuovo collega non insistette. Forse aveva capito che era già tanto che Jake gli rivolgesse due parole in croce, non era il caso di esagerare e non riuscire a ottenere più nemmeno quelle. E magari finirci lui in croce.

«Il gesso quando lo toglieranno?» chiese il nuovo agente, probabilmente cercando di cambiare discorso.

«Ancora due settimane, come minimo. Ne ho le palle piene,» rispose Jake alzandosi di nuovo dal letto e restando in una posizione che gli permettesse un minimo di decenza mentre cercava gli abiti nell’armadietto, anche se con un braccio ingessato non era facile.

«Lascia, faccio io,» mormorò Sebastian che si era materializzato improvvisamente al suo fianco. Quanto cazzo era alto? Jake sollevò appena il capo e si ritrovò a fissare il profilo del collega. Paul era più basso di lui e quindi più basso di Sebastian e Jake non era abituato, dall’alto del suo metro e ottantacinque, a dover sollevare il capo per guardare da vicino un’altra persona.

«Guarda che non sono invalido, ce la posso fare anche da solo,» ribatté distogliendo lo sguardo dal collega.

«Per quanto sia carino il modo in cui ti ostini a voler fare il duro, mi spiace darti una delusione ma al momento invalido lo sei sul serio. Quindi mettiti lì buono buono e lascia fare a me.»

Mordendosi la lingua per non ribattere al fatto che Sebastian lo avesse definito ‘carino’, Jake grugnì e tornò a sedersi sul letto, osservando il collega che toglieva le sue cose dall’armadietto e le sistemava sul letto e sulla sedia.

«Ti conviene chiamare i tuoi genitori, prima che passino a trovarti e non ti trovino,» iniziò a dire Sebastian, aprendo il borsone che la madre di Jake aveva portato pochi giorni prima con il cambio della biancheria.

«Lo farò appena sarò pronto,» rispose Jake prendendo dei vestiti e avviandosi verso il bagno.

«Ti serve una mano per lavarti?» chiese Sebastian con noncuranza.

«Stai scherzando, vero?» ribatté Jake sbattendo le palpebre. «Cosa sei? Un’infermiera mancata? O sei rimasto impressionato dal mio culo perfetto?»

Sebastian alzò la testa dalla borsa e guardò il collega come se avesse parlato ostrogoto. «A dire il vero avrei chiamato qualcuno per aiutarti. Io non… non avevo messo in conto…»

Cazzo, che gaffe.

«Ovvio, certo, era una battuta,» si affrettò a interromperlo Jake mentre fuggiva in bagno alla massima velocità consentita a un invalido come lui.

Così facendo si era perso l’accenno di rossore che era comparso sulle guance del collega, ma in compenso la sua immagine riflessa nello specchio gli rimandava tutto il suo di rossore.

Quando Jake finalmente uscì dal bagno, Sebastian era seduto sulla sedia con la borsa ai suoi piedi, più silenzioso del solito.

Beh, se per farlo stare zitto doveva fare delle gaffe, forse poteva fare quel sacrificio.

 

 

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